20 giugno: Giornata Internazionale del Rifugiato

Giornata internazionale del rifugiato

Mentre in Italia si discute di “emergenza immigrazione” (nonostante nel primo semestre del 2018 gli sbarchi siano stati il 76% in meno rispetto al 2017 nello stesso periodo, fonte: Ministero dell’Interno), di azioni di salvataggio in mare e di diritto di asilo, la Giornata internazionale del rifugiato indetta dalle Nazioni Unite e celebrata il 20 giugno è l’occasione per riflettere sulla condizione di milioni di persone costrette a fuggire da guerre e soprusi e a lasciare il proprio Paese, la propria famiglia e la propria casa.

Non è vero che non è affare nostro, non solo perché il destino di queste persone interpella le nostre coscienze, ma anche perché siamo tutti accumunati da una storia di migrazione. Non ci preoccupano le rotte degli uccelli, che percorrono migliaia di chilometri, viaggiando liberi secondo ritmi naturali, varcando confini senza curarsene, senza essere respinti. E neppure quelle dei capitali finanziari, così intricate da apparire inestricabili. Riflessioni, queste, che emergono con forza in Birdie, uno spettacolo multimediale della compagnia catalana Agrupación Señor Serrano, presentato in occasione del Festival delle Colline Torinesi 2018. Una reinterpretazione del film “Gli uccelli” di Hitchcock, dove alcune sequenze del film sembrano narrare una storia diversa, che ha per protagonisti i migranti: “Stanno arrivando! Stanno arrivando!”, grida atterrita Melanie. Gli uccelli, come i migranti, rappresentano le nostre paure, il loro comportamento minaccioso suscita in noi il timore di ciò che non conosciamo o non vogliamo conoscere o che non ci prendiamo la briga di guardare da un’altra prospettiva.

Conoscere le storie che sono all’origine della partenza dei migranti, le tappe del loro viaggio e l’orrore raccontato dai sopravvissuti al trafficking è condizione essenziale per prendere coscienza che ciò sta accadendo ad altri esseri umani, con la nostra stessa dignità.

Dignità troppo spesso calpestata e offesa. “La vita nei campi rifugiati è un pugno nello stomaco, quella nei campi profughi è ancora peggio”, racconta Ester Negro, fotografa di Missioni Don Bosco, di ritorno da un viaggio a Kakuma, in Kenya e a Juba, in Sud Sudan. “Sembrano aggregazioni spontanee, in cui manca tutto, ma nonostante ciò si è esposti al rischio di assalti e aggressioni da parte di gruppi che entrano con la violenza per derubare le persone di pochi spiccioli. All’indigenza si somma la mancanza di sicurezza. Mi ha colpito molto una cosa: un tempo nei campi rifugiati le popolazioni e i diversi gruppi etnici venivano tenute ben distinte e separate tra loro. E i conflitti nella convivenza erano all’ordine del giorno. Allora si è deciso di provare a mescolarli. Che pasticcio, penserete. E invece no: c’è molta più armonia perché manca un nemico contro cui scagliare la propria ostilità”.

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