Cristiani in Pakistan: lievito del Vangelo

Il benvenuto di Piero Ramello in India

Piero Ramello fino a poco più di un anno fa viveva a Torino, insegnava fisica e matematica all’Istituto Agnelli. È un salesiano coadiutore, nato a Vinovo alle porte di Torino. Oggi vive a Lahore, capitale culturale del Pakistan.

Partito nel breve margine consentito lo scorso autunno per compiere viaggi internazionali durante la pandemia, il suo impegno adesso è anzitutto quello di immergersi nella condizione del Paese, a incominciare dalla lingua (l’Urdu) passando per il cibo (a forte carica piccante) e per il clima (dal freddo estremo al caldo torrido), per giungere a confrontarsi con la tradizione religiosa locale, che appartiene all’Islam da oltre 1300 anni, da quando cioè il generale arabo Muhammad bin Qasim conquistò la valle dell’Indo nel sud del Punjab e convertì indu e buddhisti all’Islam.

Dall’invio missionario 2020 in poi si è preparato a questa avventura: contenuti e metodo della missione nello spirito di don Bosco, conoscenza della condizione del territorio di destinazione. Il tutto condizionato, o favorito, dalla sua età: 56 anni. Gli abbiamo chiesto di descriverci il suo incontro con la gente del Pakistan e con le piccolissime comunità cristiane (cattoliche e protestanti) che cercano libertà di culto in questo tempo di radicalizzazioni religiose.

Sono in Pakistan da cinque mesi. Devo ancora imparare molto sul rapporto con l’Islam che coinvolge il 96,5% della popolazione. Cerco comunque di offrire ugualmente un piccolo contributo sul rapporto tra cristiani (1,3 %, all’incirca metà cattolici e metà protestanti) e Islam.

Dio e religione al primo posto

La prima considerazione che vorrei presentare è che nella società pakistana, probabilmente anche grazie all’Islam, la religione occupa un posto di primo piano. Quello che colpisce di più arrivando da una società secolarizzata, è la religiosità diffusa. Del resto, non può essere altrimenti: la religione permea tutta la società.

Sette volte al giorno gli altoparlanti delle moschee annunciano la preghiera, e la città in quei momenti si ferma. Tante usanze e tradizioni sono legate a significati religiosi. Molti libri o discorsi, anche di carattere laico, iniziano nel nome di Allah. Quando capita di dialogare sulle cose importanti della vita – anche su fatiche grosse, come malattie serie – la discussione, puntualmente, esprime grande fiducia in Dio e sottomissione alla sua volontà.

I cristiani non sono da meno. Quando pregano, ad esempio anche solo prima dei pasti, avverti che stanno facendo qualcosa di importante, e sono orgogliosi di farlo. Sono persone felici pur in mezzo alle difficoltà, evidentemente perché in un orizzonte aperto alla trascendenza la vita in generale e tutte le vicende acquistano significati più profondi.

Il rapporto delle istituzioni civili con la fede islamica

A fianco di questa considerazione positiva, credo però che l’Islam in Pakistan debba ancora trovare una sintesi nel delicatissimo equilibrio tra religione e politica. Quando la religione entra a gamba tesa nella vita politica e nel diritto, dettando comportamenti concreti che vincolano ogni cittadino, si creano grossi pericoli per la democrazia e il rispetto delle minoranze. Molto pericolosa è anche una interpretazione letterale del Corano da parte di alcuni gruppi integralisti.

In Pakistan la legge sulla blasfemia, punibile con la pena di morte, è stata usata in più occasioni, come nel caso di Asia Bibi, come strumento per risolvere contese personali che nulla avevano a che fare con l’offesa del Corano. Un altro aspetto che ha scarso impatto concreto, ma è eloquente del fatto che la religione può invadere la politica, è che secondo la Costituzione è necessario essere un musulmano per candidarsi a diventare Presidente o Primo Ministro. Un altro problema (questo sì, di grande impatto sociale) è che il matrimonio tra cristiani e musulmani non è paritetico. Questo comporta la conversione forzata della ragazza cristiana quando un musulmano si innamora di lei.

La condizione e dei cristiani

Al di là di questo, comunque, ci sono problemi a livello culturale e sociale. Non parlerei di persecuzione dei cristiani in Pakistan, ma di discriminazione sì.

Essendo un’esigua minoranza, i cristiani sono considerati di minore importanza e hanno poche opportunità all’interno della società. La maggioranza dei cristiani discende dalle classi basse Hindu che si sono convertite durante il dominio britannico, e ancora oggi rappresentano la parte economicamente più debole della popolazione.

Infine non va dimenticato che la minaccia di attentati terroristici contro i cristiani da parte di gruppi integralisti islamici non è del tutto estinta. Tra gli attacchi più recenti non vanno dimenticati quelli del 2017 a Quetta, del 2016 e 2015 a Lahore e del 2013 a Peshawar.

In generale le comunità cristiane, per un senso di protezione e anche di affermazione identitaria tendono a raggrupparsi in determinate aree. Sono comunità spesso composte solo da poche centinaia di persone, un po’ intimorite dalla schiacciante maggioranza dei musulmani, ma sono comunità vive. Si trovano lontane dalla ribalta, ma esercitano ogni giorno pazienza e infondono speranza. Mi piace vederle un po’ come il lievito evangelico nella massa di pasta, un fermento nel tessuto sociale pakistano.

Piero Ramello ha partecipato il 15 marzo con la comunità salesiana alla celebrazione del sesto anniversario del martirio di Akash Bashir, il diciottenne ex-allievo dell’Istituto tecnico Don Bosco di Lahore, il quale che impedì ad un attentatore di accedere nella chiesa del quartiere di Youhanabad gremita di fedeli. Evitò una strage più pesante di quella che avvenne quando il terrorista si fece esplodere causando la morte di venti persone all’esterno. “Morirò, ma non ti lascerò entrare” furono le ultime parole di Akash.

 

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