Ester, la nostra fotografa, sulle tracce di Stop Tratta, in Ghana e Senegal

Ester, la nostra fotografa, sulle tracce di stop tratta in Ghana e Senegal

Siamo appena tornati da un viaggio in terra d’Africa e i pensieri, le emozioni e i racconti sono ancora vividi nella mia mente. Il Ghana e il Senegal sono paesi bellissimi, ricchi di cultura, con un importante passato alle spalle e un futuro incerto che li attende, soprattutto per quanto riguarda i giovani.

Alcuni dati comuni ai due paesi: Il 50% della popolazione senegalese ha meno di 18 anni e il Ghana ha percentuali di poco inferiori. In entrambi i paesi convivono in modo pacifico etnie e religioni diverse, anche se non mancano tensioni, soprattutto legate alla situazione dei paesi limitrofi, come per esempio Mali e Mauritania.

Non dobbiamo pensare all’Africa come a un continente povero, casomai quello che colpisce è la ricchezza delle sue risorse che contrasta con la penuria delle opportunità, soprattutto per i giovani. Riuscire a frequentare una scuola e a ottenere un lavoro per molti ragazzi non significa coltivare un sogno ma avere a che fare con una vera e propria chimera.

Durante il viaggio abbiamo intervistato molte persone e ho potuto comprendere meglio cosa sia il fenomeno migratorio che attraversa tutto il continente africano. C’è innanzitutto – e a discapito di quello che comunemente noi europei crediamo – una forte migrazione interna, che spinge le persone a spostarsi dalle regioni più desertiche e impervie verso le grandi città. Questi uomini e donne vanno a ingrossare le fila di chi vive in condizioni al limite della sopravvivenza nelle periferie delle grandi metropoli. E’ sconvolgente rendersi conto che vivere in una discarica, come succede ad Accra in Ghana, estraendo il rame dagli apparecchi elettronici in disuso e bruciando gli pneumatici per recuperare il ferro al loro interno sia per molti l’unica alternativa alla migrazione verso l’Europa, che per altro rappresenta una minima percentuale dei flussi migratori odierni.

Abbiamo intervistato persone che hanno provato a venire in Europa, ascoltando storie che rendono ridicoli molti film dell’orrore. Un dato che colpisce è la sostanziale ignoranza su cosa significhi attraversare il deserto, finire nelle mani di mercenari, essere imprigionati senza motivo, morire per mancanza di acqua e di cibo e, una volta giunti sulle coste libiche, affrontare la traversata del Mediterraneo in condizioni prive di qualsiasi sicurezza. Chi riesce ad arrivare a destinazione manda foto con i cellulari per fare vedere ad amici e parenti che ce l’ha fatta, ma per molti di loro e solo l’inizio di un altro percorso ad ostacoli, mentre a casa si creano false aspettative in fratelli e genitori, che sognano anche per loro quella parvenza di benessere, ingannevole risultato di una manciata di foto inviate con WhatsApp. Chi cerca di sopravvivere in Europa a volte non torna nel proprio paese perché non saprebbe come spiegare il suo fallimento. Altri sono stati rimpatriati e ti raccontano che non ripeterebbero l’esperienza, troppo dolore, troppa sofferenza, troppa negazione della dignità umana. Ma c’è anche chi, dopo tre viaggi, dichiara che lo rifarebbe, perché di fronte al nulla tentare la fortuna ha ancora un senso.

Per questo l’Europa deve al più presto comprendere che creare opportunità nei paesi africani significa quanto meno porre un freno al fenomeno migratorio e alla tratta di esseri umani, soprattutto quando le leve che muovono queste migrazioni sono di natura economica e non dovute a guerre e carestie. Per molti giovani una buona formazione professionale e un impiego dignitoso significano una realizzazione personale che non ha prezzo, nemmeno quello che costa un passaggio verso l’Europa per mano di gente senza scrupoli.

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