Etiopia, una casa per chi ha perso tutto

Progetto realizzato le case in Etiopia sono state costruite

Abobo, Gambella, Hunete, Ariet Gora, Ariet Kidi, Aboya, Omod… Nomi di luoghi e di persone che vivono a quasi 8.000 km di distanza dall’Italia.

Abobo è un piccolo centro di 4.000 abitanti nell’Etiopia dell’Ovest, un’area del paese che vede una forte presenza di popolazione di origine sudanese. La cittadina più vicina, Gambella, dista circa 45 km, tanti se si considera che le persone non hanno a disposizione mezzi di trasporto privati. Nel 2002 il villaggio di Abobo è diventato il protagonista di una bellissima storia quando è nato, grazie a un gruppo di volontari italiani e spagnoli, un centro sanitario che oggi serve anche tutti i villaggi limitrofi.

L’unica strada asfaltata di Abobo è quella principale, che taglia in due il paesino, per il resto la terra, la polvere – e nella stagione delle piogge l’acqua e il fango – uniformano tutto il paesaggio circostante. Hunete, Ariet Gora, Ariet Kidi, Aboya, Omod… questi sono invece nomi di persone, con il loro vissuto e le loro difficoltà.

Omod è il catechista e infermiere che affianca i missionari e i volontari nella realizzazione dei progetti. È lui che periodicamente si reca in visita nei vari villaggi, raccoglie le necessità, si prende cura in particolare delle madri con bambini piccoli e degli anziani.

Hunete, Ariet Gora, Ariet Kidi, Aboya… sono alcune delle persone coinvolte nel progetto che si prefigge di migliorare le loro condizioni di vita, a partire dalle capanne in cui dimorano.

Il vecchio Hunete con figli e i nipoti vive nel Villaggio 17, che dista 5 km da Abobo. Hunete è uno dei beneficiari che ha ricevuto il regalo più bello, una casetta. Costruita con materiali locali (legno e terra) e dotata di un tetto in lamiera questa casetta, che a noi sembra molto povera – e rispetto a nostri standard lo è davvero – è in grado di dare maggiori sicurezze in termini di solidità.

Le casette sono costruite secondo il metodo tradizionale ma il tetto in lamiera ripara le mura e chi vi abita dalle forti piogge che colpiscono la regione. Prima il tetto veniva costruito con fango ed erba, il suo rifacimento doveva avvenire ogni tre anni e non poteva garantire il riparo dalle intemperie. Con il nuovo tetto e una maggiore cura nella costruzione ora queste abitazioni sono dignitose e più confortevoli.

Ariet Gora è un’anziana non vedente che ha sempre dovuto badare a se stessa da sola, la famiglia non può farsene carico e vive degli aiuti che i missionari e i volontari le donano. Le è stata costruita una nuova casetta di fianco a ciò che restava della vecchia e ora condivide gli spazi insieme a un’altra anziana, si tengono compagnia e possono far fronte entrambe alle difficoltà con animo più sereno, hanno un tetto sicuro sopra la testa e non sono più sole.

Anche Ariet Kidi abitava con la sorella anziana in riva al fiume in una casetta che è stata distrutta dalle piogge torrenziali. Oggi può di nuovo contare su un riparo dignitoso, costruito all’interno di un compound. Il problema della sicurezza personale, già di per sé evidente tra gli anziani, diventa ancora più grave se si tratta di donne, sole, non più giovani o con figli minori a cui badare. Costruire in luoghi non isolati e facilmente raggiungibili, questo è uno dei criteri per la costruzione di queste abitazioni.

Aboya, rimasta da sola e con 5 figli piccoli, aveva chiesto riparo a sua sorella. Due famiglie in un’unica piccola capanna, una condizione davvero difficile che si è risolta quando Aboya ha ottenuto la nuova abitazione.

Fuori da tutte queste casette, poco oltre la porta, è possibile vedere un piccolo orto, dove si coltivano le verdure che vanno a integrare, se la famiglia ha un poco di disponibilità economica, quello che ogni giorno viene comprato per poter mangiare, ma spesso i frutti di quel fazzoletto di terra sono l’unica certezza in termini di cibo.

Tutte queste persone da oggi hanno un motivo in più per non abbattersi, una casetta loro che è il punto di partenza per costruire un’esitenza dignitosa. Da parte nostra, dei missionari e delle persone aiutate un grazie di cuore per averci aiutato ad affrontare questa emergenza abitativa.

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