I missionari in Guatemala portano la Chiesa per le strade

L’attuale crisi economica trasforma tutte le nostre priorità, ora più che mai dobbiamo spendere i soldi per ciò che vale davvero la pena. Tutti speriamo che questa situazione temporanea cambi il più presto possibile.

È in questi momenti che la solidarietà ha molto più valore. Ora si evidenzia davvero la nostra generosità verso i più bisognosi, i più vulnerabili. In tempo di prosperità economica, quando il dono non presuppone nessuna rinuncia, chiunque può essere solidale: ma l’impegno autentico, la vera solidarietà, si dimostra quando le cose non vanno così bene e, nonostante tutto, continuiamo a cercare di aiutare chi ne ha bisogno. La solidarietà è giustizia nei confronti di chi è comunque meno fortunato. In questi momenti in cui il rischio di chiuderci nel nostro egoismo è molto più forte informare e ricordare della situazione dei paesi più poveri del mondo è doveroso.

Perciò la cosa più importante è ringraziare tutte le persone che stanno lottando per migliorare questo stato e trovare quel raggio di luce in tanta oscurità.

Ognuno può essere solidale a suo modo, noi in missione cerchiamo di stare “vicini” alla gente. La chiesa è aperta tutti i giorni per chi vuole pregare. Siamo disponibili la mattina per le confessioni. Erano anni che non confessavo in un confessionale con la grata, e la tendina… Oltre chiaramente alla mascherina.

Voglio anche condividere un’attività che abbiamo fatto Domenica 19 di Aprile, un’esperienza davvero forte emozionalmente e spiritualmente.

Dato che sono sospese tutte le attività culturali, religiose e associative e non si può celebrare messa né fare alcun tipo di riunione la gente può assistere alla messa solo via internet. Ma visto che la fantasia e la creatività non ci mancano abbiamo deciso di passare con il pickup della parrocchia con il Santissimo Sacramento per le vie della città (questo si può ancora fare in Guatemala, chiedendo i relativi permessi). Visto che loro non possono venire alla messa, andiamo noi da loro… Il Padre Luis si è messo alla console e per tutto il tempo ha animato la gente con preghiere, canti e riflessioni. Io, facendo un po’ da equilibrista ad ogni buca delle vie non proprio perfette di San Benito, guidavo l’auto avendo cura del Santissimo.

Dalle otto del mattino fino a quasi mezzogiorno abbiamo scorrazzato per le vie del paese, passando di casa in casa e portando la benedizione del Signore a tutta la gente. In molte case c’era chi aveva preparato un piccolo altare con immagini sante e crocifissi per accogliere il passaggio di Gesù Sacramentato, altri avevano adornato la casa con fiori alla porta, altri semplicemente si sono affacciati dalla porta e dalla finestra.

Durante tutto il percorso abbiamo pregato, ci siamo fermati davanti alle case e recitato un Padre Nostro o un’Ave Maria con la gente. Non abbiamo potuto fermarci nelle case… il saluto era a distanza, ma la vicinanza e la comunione che si era creata, andava ben oltre la distanza fisica.

Vedere la gente piangere perché dopo più di un mese poteva vedere di nuovo il Santissimo mi ha commosso profondamente. Si dice che uno si rende conto di quello che ha solo quando lo perde. Alla gente manca profondamente Gesù.

La fede della gente è molto forte, per molti poter vedere Gesù è stato davvero un grande regalo. La sera mi hanno tempestato il cellulare di messaggi ringraziandoci per il bel gesto. Ringraziandoci di stare con loro in questo momento difficile… Di essere un segno di vita in mezzo a tanti messaggi di morte.

In questa pandemia i governi dei nostri paesi hanno indicato che sarebbero rimasti aperti solo i servizi pubblici essenziali quali ospedali, farmacie, supermercati e stazioni di servizio, ma hanno fatto chiudere le chiese. Questa esperienza mi ha fatto capire di quanto al contrario noi siamo essenziali per la nostra gente. Siamo una luce di speranza in mezzo a tanti messaggi di oscurità e disperazione.

Ma anche la gente è essenziale per la nostra vita di sacerdoti. Il pericolo più grande di questa pandemia per noi sacerdoti è quello di perdere il contatto con la gente, perché sono proprio loro a fare di noi santi sacerdoti.

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