I salesiani in Burundi sulla via della pace e dello sviluppo

Jean Paul in Burundi

Il suo cognome nella lingua locale significa “ringrazio Dio”: padre Jean Paul Ndayikengurutse ha un largo sorriso che testimonia l’atteggiamento di gratitudine della sua persona.

Viene dal Burundi, nella regione dei Grandi Laghi. È stato per due anni a Roma per studiare teologia morale e si è concesso una puntata a Torino per trovare ulteriore spinta alla sua vocazione attingendo alle fonti di Valdocco. Questa gli serve per tornare al suo Paese con energie da spendere che sembrano oggi trovare un terreno fertile. Dopo un trentennio di governo inamovibile di Pierre Nkurunziza, il nuovo presidente Évariste Ndayishimiye dà segno di voler voltar pagina e mettere in moto il Paese in direzione di uno sviluppo analogo a quello dei confinanti Rwanda e Uganda.  Un anno fa a maggio c’erano state le elezioni e sembrava che la figura del nuovo leader fosse solo una copertura per il mantenimento del potere autoritario e intollerante consolidatosi nel Paese sullo sfondo il dramma sanguinosissimo del conflitto etnico fra Hutu e Tutzi, scatenatosi nell’ottobre 1993 dopo l’uccisione del primo presidente eletto attraverso elezioni democratiche. In maniera del tutto inaspettata Nkurunziza è deceduto il mese successivo lasciando libertà d’azione a Ndayishimiye. L’opposizione al Presidente denuncia tuttavia ancora la mancanza di libertà piena e di trasparenza, le intimidazioni da parte dei militanti filo governativi e le incarcerazioni in giustificate.

“L’aiuto adesso non solo lo accettiamo ma lo facilitiamo”

Padre Ndayikengurutse ha anche un nome che dice del fascino sulle popolazioni africane di Papa Giovanni Paolo II che guidava la Chiesa al tempo sua nascita: oggi a 45 anni portare il nome Jean Paul è una marcatura di cui va orgoglioso.

Osserva che uno dei princìpi cardine del passato governo era quello di chiudere le frontiere alle presunte ingerenze straniere. “Nessun aiuto” era la formula applicata di fronte a chi si offriva di investire nel Paese, con il risultato che le risorse andavano così a riversarsi in Rwanda. Qualche ragione di questo atteggiamento risale al passato di colonia belga che il Burundi si porta addosso. Ma confrontandosi con lo sviluppo impresso ai “cugini” dall’arrivo di imprese e di relazioni internazionali positive, anche nelle sfere governative di Gitega,la capitale, si sono resi conto che l’autarchia destina un popolo all’impoverimento.

“Ora ci sono scambi, la situazione migliora anche da noi” spiega padre Ndayikengurutse, che sottolinea anche il fatto che la migrazione dei Burundesi verso l’Europa è un fenomeno irrilevante a differenza che dagli altri Paesi di quella parte d’Africa. “Ci sono le possibilità di vivere a un livello dignitoso. Il terreno fertile consente una buona agricoltura”.

Da parte dei salesiani si vuole incoraggiare la formazione professionale. Ci sono tre comunità che gestiscono due parrocchie e due “scuole dei mestieri” oltre a un liceo. Non è facile offrire qualità, ma il governo eroga contributi che permettono di dare lo stipendio ai docenti: metà lo pagano i salesiani, l’altra metà le casse pubbliche. C’è poi il servizio ai ragazzi di strada, che non si configura come accoglienza nelle strutture ma come incontro e accompagnamento per un ritorno nelle famiglie di origine. “Questi ragazzi lasciano le case per fame o per la separazione dei genitori”; gli operatori intervengono nell’emergenza e poi ricostruiscono la rete delle elazioni perché ogni bambino o ragazzo possa tornare a far parte del nucleo famigliare attraverso il sostegno ad esso. “C’è differenza fra quanto possiamo fare nelle grandi città o nei villaggi, ma la linea ispiratrice è quella di incontrare regolarmente i ragazzi per realizzare il loro ritorno a casa”.

Il compito di pacificazione vera non è finito

I Figli di Don Bosco sono presenti in Burundi dal 1962 e hanno resistito alla furia delle pulizie etniche a colpi di machete. Attualmente possono spingere le speranze oltre il presente esse stesse hanno patito il blocco delle frontiere. La stessa appartenenza alla visitatoria Grandi Laghi ha visto crescere in maniera ridotta il peso del Burundi a fronte dell’Uganda e del Rwanda dove le attività si sono moltiplicate e sono persino capaci di affrontare le emergenze dei Paesi confinanti, come succede a Palabek verso i profughi dal Sud Sudan.

Ma i progetti accantonati oggi possono essere ripresi: padre Ndayikengurutse prefigura le nuove parrocchie, un santuario per offrire ai 12 milioni abitanti del Burundi una più estesa vicinanza alla catechesi e ai sacramenti. Si deve superare lo scoglio della pandemia, che il governo precedente aveva minimizzato: la crisi economica e sociale preesistente rischiano di farsi più gravi, ma l’intervento umanitario e sanitario – al quale anche i salesiani hanno dato sostegno – lascia intravedere il riscatto. Il quale si può fondare solamente sull’abbandono definitivo di ogni politica che soffi sulle differenze etniche: di questo ormai è consapevole la gran maggioranza dei Burundesi, che ormai diffidano dei predicatori di odio. Resta da costruire una reale competizione fra le idee e le forze che le rappresentano sul piano politico, laddove chi è minoranza in Parlamento patisce pesanti limitazioni anche fuori. Ma per questo la scolarizzazione crescente consegna motivi di speranza.

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