In Africa l’emergenza covid-19 è per strada, fra i ragazzi che ci vivono

Don Angelo Regazzo e i suoi ragazzi di strada in Etiopia

12 aprile - Giornata Mondiale dei bambini di strada

Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’OMS, ha avvertito che “se il virus dovesse diffondersi nelle metropoli africane come Lagos, Addis Abeba o Il Cairo, visto anche il livello di povertà e la carenza di strutture ospedaliere, il contagio diventerebbe una catastrofe. Il miglior consiglio per il continente africano è prepararsi al peggio e farlo subito.”

Qui in Africa la gente vive per strada, il confinamento è praticamente impossibile: chiudere tutto e far restare le persone a casa, qui non è pensabile. La maggior parte degli africani, in casa (una baracca di plastica e lamiera, nella migliore delle ipotesi), non ha né frigo né cucina, inoltre la quasi totalità della popolazione vive alla giornata, ricavando quotidianamente, attraverso piccoli commerci e traffici o prestazione occasionale di manodopera, pochi soldi per comprare qualcosa da mangiare”: queste sono le riflessioni che ci arrivano da padre Didier Meba, missionario salesiano in Burkina Faso, che accomunano tanti Figli di Don Bosco durante questi giorni drammatici.

Le loro missioni si trovano soprattutto in contesti urbani, nelle grandi metropoli che negli ultimi decenni si sono estese disordinatamente per molti chilometri in molte regioni dell’Africa, attirando milioni di persone dalle zone rurali, in cerca di un lavoro che puntualmente non trovano. Molti dei loro figli crescono nella miseria più totale delle baraccopoli, incustoditi, fino a diventare bambini di strada.  Il primo pensiero dei salesiani in Africa, alla luce di queste dinamiche così radicate, è andato proprio a loro, agli street children e agli street boys che affollano le strade degli slum africani… Sono i più esposti a rischi di ogni tipo, inclusi quelli di carattere sanitario, perché oltre ad essere più suscettibili al contagio, si trovano già in una condizione di fragilità, con il fisico minato da malnutrizione, patologie pregresse mai curate, in molti casi abuso di droghe.

Oggi, in occasione della Giornata Mondiale dei Bambini di strada, il nostro pensiero va a loro, ai bambini e ai ragazzi che vivono tra immondizia e escrementi, vivendo di espedienti non sempre legali, esposti a violenza, abusi, e ora, dopo l’ebola che ha colpito molti degli stati africani con il più alto numero di street children, anche al covid-19.

Addis Abeba, Etiopia: la testimonianza di padre Angelo Regazzo, del Bosco Children

“Non usciamo più per le strade di notte in cerca di ragazzi: troppo rischioso” ha dichiarato don Angelo Regazzo, missionario in Etiopia da oltre 30 anni. Ma è stato proprio lui a compiere diversi viaggi in pullman per portare dentro il Bosco Children quanti più ragazzi possibile e per supportarli in questi momenti di emergenza. Sì, perché i quattro salesiani del Don Bosco Children di Addis Abeba, Etiopia, dietro indicazione delle autorità, hanno chiuso la scuola, frequentata da una moltitudine di bambini vulnerabili, ma hanno lasciato a casa non gli studenti, bensì maestri ed istruttori. Perché i ragazzi di strada che frequentano il Bosco Children non hanno una casa; o meglio, la casa salesiana è la loro unica casa. “Don Bosco avrebbe fatto lo stesso” afferma il missionario. “Abbiamo cibo, acqua, carburante, sufficienti per far funzionare i generatori, le pompe d’acqua e i frigoriferi per diversi mesi. Abbiamo sapone in abbondanza per lavarci, alcool per disinfettarci, paracetamolo e medicinali di pronto soccorso… Nessuno esce dal recinto e quei pochi che entrano, come guardiani, cuoche e operatori sociali, devono lavarsi le mani con sapone all’entrata e disinfettare le scarpe con varechina e alcool. “Qui facciamo consistere la santità nello stare allegri e nel tenerci occupati durante la quarantena del coronavirus”, conclude padre Regazzo.

 

Leggi anche, Il covid-19 nel mondo dei missionari salesiani

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