La pandemia non blocca la preparazione dei missionari in partenza

Missionari nel mondo

Tanti fatti determinati dall’espandersi dell’epidemia da Covid-19 quest’anno hanno il sapore di “segni dei tempi” sui quali riflettere.

Uno di questi, per i salesiani, è il rinvio della partenza missionaria 2020, dal tradizionale mese di settembre alla Pasqua del prossimo anno.

Ogni anno a partire dal 1875 (con una sola eccezione durante la Prima Guerra mondiale) questa celebrazione di speranza è regolarmente avvenuta nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino. L’11 novembre di 125 anni fa avvenne la partenza del primo nucleo di Figli di Don Bosco: dieci “piccoli missionari” – come li definì Papa Pio IX – diretti alla lontana Patagonia, identificata come la meta del sogno preveggente del Santo.

Cosa può significare il rinvio del 2020 determinato dalla pandemia da Covid-19? I pessimisti lo vorranno considerare come un segno apocalittico, sulla scia di un giudizio pauroso sul travaglio in cui si trova di questi tempi la Chiesa: è come se la fertilità del cristianesimo si bloccasse con la pandemia.

In realtà la lettura profetica che potremmo trarne è di tutt’altro tenore. È un fermarsi per ripartire con le idee più chiare e il respiro più forte. Cerchiamo di interpretare questo momento sulla scorta di tre verbi che possiamo associare allo stare fermi.

Rimanere

Spesso l’entusiasmo e la voglia di fare ci gettano in un vortice di azioni che a lungo andare si compiono solo per consuetudine, per regolarità di calendario, per timore del vuoto. Anche l’attività missionaria, per la parte che competete alle persone, corre questo rischio: si deve organizzare, programmare, tenere il passo… nel caso specifico si deve partire.
Il freno imposto dalla pandemia, l’adattamento del mondo a questa condizione che durerà ancora del tempo, possono essere l’opportunità di pensare la missione come un rimanere. Restare cioè nel proprio ambito di impegno, nella propria comunità provando ad agire in questa con lo spirito del missionario.

Pensiamo quanto dinamismo ne deriva, quanto desiderio di affrontare nuove frontiere, quanta volontà di sentirsi coinvolti in una dinamica di fraternità universale.

Se le energie missionarie vengono temporaneamente sfruttate nelle realtà di origine, possiamo aspettarci una sorta di positivo corto circuito dopo aver scoperto qui da noi slanci insufficienti per l’annuncio del Vangelo, egoismi sommersi che impediscono la solidarietà verso chi ha bisogno, l’inerzia che dà per scontate le relazioni con il nostro prossimo nei diversi ambienti.

Scegliere di rimanere (invece che sentirsi impediti di partire) per donare al prossimo che ci è dato la stessa fantasia ministeriale che applicheremmo verso chi troveremo lontano. Anche questo è un modo per essere pronti poi a partire con la giusta esperienza.

Attendere

Un altro verbo dello stop è attendere. L’attesa evangelica è un pregio, un’attitudine per chi veramente vuol vedere l’alba del giorno nuovo. Dunque essere bloccati per attendere una partenza diventa un ulteriore esercizio per lo spirito. I missionari si preparano a lungo, a incominciare dal giorno in cui ricevono una risposta positiva alla loro domanda di partire, o un loro superiore li invita a considerare questa prospettiva. L’attendere è una dimensione che si genera per la consapevolezza di dover essere preparati adeguatamente allo scopo, dal conoscere la lingua principale del Paese ospitante al passare al setaccio tutte le conoscenze sulle popolazioni che si incontreranno, a incominciare dai possibili umanissimi pregiudizi da cancellare.

La pazienza alla quale ci si deve educare in questo lungo anno del Covid-19 (e che riguarda ovviamente non solo i missionari ma ogni cittadino di questo mondo) è una virtù importante. Il salesiano che si prepara a partire per una terra lontana ne dovrà avere molta per mettere la giusta distanza fra i suoi desideri di realizzazione e le concrete possibilità di farlo, fra ciò che è apprezzabile nel nostro contesto e ciò che serve a chi vive in altri. Fra la smisurata disponibilità al dialogo e le sempre possibili diffidenze.

Attendere fa parte della formazione, non è tempo perso.

Caricare

A volte la fretta di partire ci fa dimenticare qualcosa di utile al viaggio: dallo spazzolino da denti a un buon libro, dalle scarpe adatte alla marcia al cappellino contro l’insolazione. Avere del tempo per riflettere, una volta chiusa la valigia, ci permette di ripassare mentalmente l’elenco dell’occorrente. E magari anche di togliere dal bagaglio ciò che, a una considerazione più attenta, risulta superfluo.

Per un missionario l’attesa oltre il previsto può costituire un provvidenziale suggerimento a compiere un check up generale della vocazione: perché, per chi, come configurarsi testimone della fede attraverso la propria presenza fattiva in mezzo ai derelitti del mondo? se la risposta di un percorso senza fermate è tutta tonda, quella che nasce da uno stop a causa della foratura di una gomma può generare una risposta più matura e duratura.

Il lockdown della partenza missionaria diventa allora la via per riconsiderare cosa portare e cosa lasciare, cosa caricare davvero per affrontare il futuro prossimo. È possibile che ciò che ad una prima vista sembrava indispensabile per garantirsi un successo, risulti poi inadeguato.

Il missionario bloccato nel suo partire può essere messo in condizioni di valutare meglio quali siano le cose da selezionare per affrontare la sfida: coltivare di più la preghiera e i sacramenti, stabilire rapporti di cooperazione e non di delega con chi lo sosterrà dal suo Paese, strutturare meglio se stesso con esercizi di umanità.

Partire

Gli ultimi rari (proprio a causa del Covid-19) incontri con salesiani di ritorno temporaneo dalle terre di missione sono stati illuminanti. Tutti hanno detto che è necessario portare qui, nei nostri ambienti, nella Chiesa locale, lo spirito della missione. Altrimenti avremo sempre meno fedeli nelle chiese (che qualche parroco troppo zelante deciderà di tener chiuse per ottimizzare le risorse), ci accontenteremo delle messe in streaming, considereremo la formazione di adulti e bambini un optional tanto ci sono i social… la carità verso il prossimo sarà un sentimento da sbandierare in TV lasciando che qualche singolo prete o singola suora affrontino la strada fino a diventarne vittime, prima dell’accoglienza di uno straniero dovremo aver ben piena la nostra pancia, le domande più angoscianti della vita siano raramente sottoposte al confronto con il Vangelo.

Ebbene, se i missionari quest’anno rimangono sulla pista di decollo, sappiamo che loro ne approfitteranno per prepararsi meglio senza perdere entusiasmo. Ma intanto noi dovremo lasciarci interrogare da cosa voglia dire l’impegno di tutta la Chiesa a riflettere sul fatto di esistere per essere missionaria attraverso ogni singolo fedele.

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