L’avventura di un “povero” missionario: don Valeriano Barbero

Don Valeriano Barbero a Papua Nuova Guinea

Può stupire che, quando racconta l’avvio della sua lunga vicenda missionaria, don Valeriano Barbero la descriva anzitutto come desiderio di avventura.

Si trovava nelle Filippine, un Paese a metà strada fra l’arretratezza economica e la globalizzazione industriale, quando emerse la richiesta ai salesiani della regione di aprirsi alla frontiera di Papua Nuova Guinea. L’arcipelago ha una popolazione che in buona parte vive in condizioni elementari nei villaggi dispersi fra le isole che emergono dall’Oceano Pacifico, sopra l’Australia. Il ricordo missionario più antico è quello dei padri Maristi nel 1847, che però non riuscì a durare; cinque anni dopo ci fu il tentativo dei sacerdoti del Pime, e in questo caso l’incontro con i locali fu ancora più drammatico: Giovanni Mazzucconi fu martirizzato nel 1855, e i suoi confratelli si ritirarono.

Da allora è stata fatta molta strada se Papua Nuova Guinea può avere un suo figlio cardinale di Santa Romana Chiesa, mons. John Ribat, da quando Papa Francesco lo volle nel collegio dei suoi “principi” nel novembre 2016. Cinquant’anni prima Papua Nuova Guinea era stata riconosciuta come nazione in cui la comunità cattolica aveva finalmente messo le sue radici: dalla fase della prima evangelizzazione, Paolo VI sanciva il passaggio alla condizione di diocesi locali capaci di auto-alimentarsi dal punto di vista dell’annuncio di fede. Certo, senza rinunciare all’apporto dei missionari.

Un passaggio chiave fu il martirio di Peter ToRot, un catechista laico: Giovanni Paolo II il 17 gennaio 1995 nel suo viaggio apostolico nella regione sud orientale dell’Asia, in occasione della X Giornata Mondiale della Gioventù, nello stadio della capitale Port Moresby lo dichiarò beato agli occhi e al cuore di tutti i cattolici, figura di riferimento per l’intera comunità ecclesiale del Paese. Quando questo avvenne, don Valeriano era in Papua Nuova Guinea già da quindici anni.

Inizia l’avventura

Partito con due confratelli, il filippino don Fernandez Rolando e lo jugoslavo Giuseppe Kramar, aveva salutato Manila nel giorno della Festa nazionale, atterrando in un Paese del quale ne conosceva solo il nome e qualche racconto missionario. Ed era il giorno del Cuore Immacolato di Maria, “il miglior presagio” come ancora adesso ricorda don Valeriano.

Che oggi questo salesiano ci parli di essere partito per un’avventura non è un’affermazione romantica: i pochi soldi che aveva in tasca, la mancanza di una destinazione precisa (gli fu indicata seduta stante dal vescovo locale che era andato a incontrare per la prima volta), la non conoscenza della lingua, degli usi e costumi delle differenti etnie erano il presupposto perché effettivamente si sentisse mandato a vivere la condizione di un “avventuriero di Dio”.

Si incamminò fra foreste di palme e acque paludose senza brandire il crocifisso: anzitutto doveva entrare in rapporto con la gente così com’era, farsene amico, conoscere la loro cultura. Non si era proposto di battezzare interi villaggi, ma di cercare le tracce di Dio nei singoli, di scoprirne il modo di ragionare e una possibile predisposizione all’annuncio cristiano.

“Non ho convertito nessuno” afferma facendo il bilancio dei suoi anni fin qui trascorsi a Papua Nuova Guinea. In realtà ha dissodato un terreno perché al momento giusto il seminatore possa intervenire. La sua modestia da “servo inutile” del Vangelo rischia di sviare il giudizio che possiamo dare noi che ci troviamo dall’altra parte del globo, se lo attraversiamo dall’interno. La cultura locale è così antica, legata alle primitive forme di aggregazione sociale che il dialogo con una fede che fa fatica da secoli anche nelle nostre culture a scalfire mentalità e abitudini rischierebbe di presentarsi come adesione a un insieme di comportamenti esteriori senza una reale conversione.

Non sono isole per turisti

Don Valeriano Barbero smonta in poche battute, involontariamente, l’immagine che interlocutori come noi si fanno normalmente delle “società primitive”: raggruppamenti umani in cui la semplicità e il contatto con la natura disegnano cuori innocenti e armonia col creato: i villaggi nelle isole più lontane sono costituiti da palafitte; la foresta non è così generosa di prodotti commestibili e nutritivi; anche lì c’è un cibo-droga dominante che crea dipendenze e conseguenze sulla salute; a pescare si fa concorrenza agli squali; se c’è un’urgenza sanitaria non si può far conto su cure immediate e sufficienti… insomma, non sono isole felici, come le Hawaii, dove un turista sognerebbe di trascorrere una vacanza. E in più questo stato di cose non favorisce uno spirito di condivisione, un interesse per le cose materiali moderato dalla sazietà, l’orgoglio delle proprie radici: difficile aggregare i diversi, difficile pensare all’esistenza della gratuità, difficile sentirsi affrancati dal fantasma dell’antropofagia.

L’analisi delle prospettive che ci offre don Valeriano sono lontane dal nostro sognare europeo: gli abitanti dei villaggi si fanno risucchiare dai vortici delle grandi città; le persone sono disposte ad aiutare se ne hanno un tornaconto; la stessa proposta religiosa viene valutata con criteri di utilità materiale. Insomma, sono già molto simili a noi, e non sono come i popoli della foresta amazzonica che hanno acquisito coscienza di sé.

Don Valeriano ci fa vedere un progetto di città del futuro che il Governo pensa di realizzare ai confini della capitale: un balzo di quattromila anni dallo stato di vita indigeno, che avrà bisogno di teste svuotate di ogni ricordo per immetterle direttamente nel 3° millennio. È questo che preoccupa il missionario: la perdita di identità di una grande parte della popolazione di Papua Nuova Guinea, che darà prestigio e denaro (molto, pare) alla classe dirigente delle città ma che creerà nuove povertà, forse compensate da qualche briciola di benessere materiale, ma che toglierà l’anima alla gente. Sono stati trovati giacimenti di petrolio abbondanti, sui quali sono ormai concentrate le Compagnie internazionali, che attendono nuovi operai per l’estrazione e poche ricadute sulla costruzione di un vero sviluppo in Papua Nuova Guinea. Con il drammatico corollario di inquinamento di un arcipelago ancora esente da sversamenti di petroliere nel mare e sulle spiagge.

Missionario per salvaguardare la dignità dell’uomo

Come essere missionari, cioè autentici annunciatori del Regno di Dio, in un contesto così da “Far West”? certe volte porre un interrogativo è più giusto che dare risposte prefabbricate. Ascoltare, attendere, parlare alle singole coscienze quando si apre qualche spiraglio: ecco cosa sta facendo don Barbero. Il quale vive sulla propria pelle questa “incarnazione” quotidiana: si è preso la malaria come la maggior parte della gente, mangia scatolame come pasto unico, ha condiviso spazi dove non arriva l’energia elettrica e l’acqua è carica di batteri… Non essendosi mai rifutato di dare la mano o un abbraccio a un lebbroso ha contratto anche lui malattia di Hansen, con danni collateali ai nervi ancora  molto presenti oggi nei piedi  tanto da fargli dire che sono il dolore dei chiodi di nostro Signore in croce. Ha festeggiato i 40 anni a Papua Nuova Guinea la scorsa estate nella sua Novara, dove si trova bloccato per un tumore ai reni. Ma vuole tornare nella sua terra di elezione al più presto, appena le disposizioni contro la pandemia glielo consentiranno. Se gli domandiamo perché, scopriamo infine che il suo lavoro da missionario salesiano in realtà è riuscito a farlo: e allora tutte le sue perplessità sullo stato della gente in quel Paese, l’efficacia della presenza sua e della comunità cristiana, acquistano una luce diversa, aperta alla speranza. La prima opera alla quale mise mano è una scuola di formazione professionale che, a distanza di anni, è diventata un fiore all’occhiello del sistema formativo in tutto l’arcipelago. Adesso lo aspettano per portare a termine quanto era necessario per dare piu’ dignita’ alla presenza di 300 ragazzi interni, in un nuovo centro, ossia  la costruzione di un dormitorio.  Per il momento, anche se puo’ dare disposizioni sapendo a memoria come è fatto ogni angolo della struttura lo puo’ fare solo a distanza.

Nella capitale, Port Moresby, ha voluto che fosse visibile anche la presenza della Madonna con un santuario dedicato a Maria Ausiliatrice per ricordare che tutto era iniziato sotto la sua protezione. Nel giorno della dedicazione, a neraviglia di tutti, il  Governatore Generale con entsiasmo espresse il suo orgoglio per avere sul suo territorio “la più bella chiesa di Papua Nuova Guinea e forse dell’intera Oceania”.

Se la storia di don Valeriano Barbero ha portato a questi risultati, dobbiamo augurarci che ogni missionario abbia lo stesso desiderio di avventura che ha avuto lui con i suoi confratelli: l’annuncio del Risorto troverà modo di spiccare il volo dalle pietre materiali e morali che lui ha posato con grande amorevolezza su quelle isole. Hic Domus Mea, Inde Gloria Mea.

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