Myanmar, per i salesesiani ogni giorno è una sfida

Viaggio missionario in Myanmar

 II GIORNO

Cari amici,

nel nostro viaggio in Myanmar abbiamo fatto visita all’opera salesiana di Mandalay. 

In questa grande città, la terza del paese, con un milione di abitanti, i salesiani avevano un grande collegio maschile ed una bella chiesa pubblica in stile neo gotico fondata nel 1957 ma che poi ci fu requisita dal governo quando espulse tutti i missionari stranieri.

Dal 2005 siamo tornati a Mandalay ad occuparci dei più poveri e bisognosi: carcerati, malati di HIV, disabili, ragazzi di strada, moribondi… 

I salesiani della comunità locale, aiutati da educatori laici, coordinano i servizi della diocesi per la visita alle carceri del mandamento (4 maschili ed una femminile), l’ospedale dove sono ricoverati i malati terminali di AIDS e di cancro, gli orfanotrofi per ragazzi con handicap (c’è un grande istituto di ciechi). Vanno poi di sera ad incontrare i ragazzi che vivono in strada, e che trovano riparo sotto i ponti, lungo l’argine del fiume, attorno alla stazione ferroviaria. Come in tante altre esperienze simili, il primo approccio è fatto per creare amicizia e confidenza. Poi arriva l’aiuto materiale con un po’ di cibo, un vestito, una medicina in caso di malattia. Così si crea la fiducia che è il presupposto per invitare il ragazzo ad entrare nella casa famiglia. Una bella sfida per i salesiani, che rivivono a Mandalay la prima esperienza di Don Bosco, giovane prete, fra i ragazzi del quartiere di Borgo Dora. Le Memorie dell’Oratorio ci ricordano che il primo giovane che Don Bosco ospitò in casa a Valdocco per la notte, al mattino presto se ne andò portandogli via anche le coperte…. Se Don Bosco se la fosse presa per questo fatto, o si fosse scoraggiato, ora non avremmo quei degni figli di Don Bosco che sulle sue orme continuano ad andare in cerca dei più poveri e ad aiutarli senza chiedere niente in cambio, anzi, proprio perché non hanno nulla da dare in cambio.

 

Giampietro Pettenon

 

 

 I GIORNO

Cari amici,

siamo arrivati in Myanmar ed abbiamo visitato le opere salesiane di Anisakan che si trova nella regione centrale di Mandalay.

Anisakan è l’opera più antica dei salesiani in Myanmar. Il collegio è stato frequentato anche dall’attuale Cardinale di Yangoon – Ecc. Charles Bo, salesiano, primate del Myanmar.

I salesiani hanno in questa cittadina, che si trova a circa 1000 metri di quota, un collegio nel quale accolgono 130 ragazzi, cattolici, che frequentano le scuole cittadine dal sesto al decimo grado (dagli 11 ai 16 anni). L’attuale governo del paese, controllato fortemente dai militari, non permette a noi di aprire scuole. Quindi ci dobbiamo “accontentare” di offrire ai ragazzi l’esperienza complementare alla didattica, che è quella del collegio. Si tratta dell’attività che anche noi in Italia facevamo fino all’avvento del boom economico degli anni ’60: i ragazzi sono accolti in casa salesiana per ben 11 mesi all’anno, senza che vi facciano mai ritorno durante l’anno scolastico. In primis, perché le distanze e l’assenza di mezzi di trasporto non aiutano affatto gli spostamenti. Questi 130 ragazzi vengono da tutto il paese e sono in gran parte di famiglie povere.

Immaginate la fantasia che devono avere i salesiani per tenere occupati i ragazzi di questa età, aiutandoli anzitutto nello studio e poi coinvolgendoli in mille attività di gruppo per passare il tempo in maniera sana ed educativa. Sport, teatro, musica, preghiera…. sono gli ingredienti che da Don Bosco in poi, sono l’anima del sistema preventivo salesiano.

Di fatto, comunque, da Anisakan continuano a nascere le vocazioni salesiane del Myanmar. Perché la vita in comune e fianco a fianco con una bella comunità di salesiani giovani che vivono con i ragazzi tutto il tempo della giornata e dell’anno, pongono in maniera forte la domanda vocazionale ai ragazzi più grandi, che prima di concludere gli studi, bussando alla porta del direttore gli dicono apertamente che hanno il desiderio di iniziare il cammino alla vita religiosa salesiana.

Abbiamo apprezzato molto la sincerità e la semplicità di questo direttore, ora tocca alla Provvidenza fare la sua parte, come ha sempre fatto con generosità verso i figli di Don Bosco che servono i ragazzi più poveri.

Giampietro Pettenon

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