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Pubblicato in News

Tetto Betlemme con pannelli solari

Palestina: VIS e Missioni Don Bosco, assaggio di futuro per i giovani

 

 

 

 

"Papa Francesco è giunto in Terra Santa nel 2014 portando un invito ai leader di Israele e di Palestina a incontrarsi nei giardini vaticani. Era ed è consapevole che non via sia ricetta che dall’esterno qualcuno possa portare per mettere pace fra le due forze in campo”. Lo ha detto fra’ Francesco Ielpo, Commissario di Terra Santa dei Francescani del Nord Italia, intervenuto alla tavola rotonda organizzata da Missioni Don Bosco per incontrare a Torino il sindaco di Betlemme, Anton Salman.

L’occasione è stata data dalla formalizzazione di un progetto di produzione di energia mediante pannelli solari nella città palestinese, sostenuto dal Comune di Torino e affidato al VIS, l’organizzazione non governativa del mondo salesiano, mercoledì 18 aprile al Centro F. Peirone di Torino.

I salesiani sono presenti in Terra Santa praticamente dalle origini, pochi anni dopo cioè il passaggio della responsabilità dei figli di Don Bosco nelle mani del suo successore don Michele Rua. “Andarono a curare gli orfani” ha ricordato Giampietro Pettenon, presidente di Missioni Don Bosco, “e ancora oggi sono attivi nell’intera regione mediorientale con attività educative decisamente finalizzate alla formazione professionale”. Dare un futuro ai giovani della Palestina è la sfida più delicata: nel braccio di ferro senza fine che oppone Arabi ed Ebrei su quella striscia di terra così densamente abitata dalla Storia oltre che dai popoli, le nuove generazioni rischiano di essere sopraffatte da una quotidianità in cui è difficile trovare i mezzi per studiare e le prospettive di lavoro.

La guerra entra nelle giornate delle famiglie anche quando non ci sono fatti riportati dai nostri telegiornali. L’occupazione per migliaia di Palestinesi è oltre la frontiera di Israele, ogni giorno nelle due direzioni passando per estenuanti filtri di controllo anti-terrorismo. Bisogna sottolineare, ha sostenuto il sindaco Salman, che siamo di fronte non a una guerra di religione, come da più parti viene raccontato o ritenuto, ma a una ormai secolare e incancrenita ferita della politica internazionale. Il rispetto e la compensazione dalle persecuzioni degli Ebrei in Europa fra Otto e Novecento ha generato la nuova ingiustizia nei confronti del popolo che si è trovato in una Palestina smembrata dall’Impero Ottomano e alla mercé di arbitri militari e politici non imparziali.

Anton Salman, arabo cristiano, ha ricordato che la convivenza fra le fedi era ed è una prassi ordinaria da tempo immemorabile a Betlemme come nelle altre città della Palestina. Ebrei, musulmani, cristiani praticavano il rispetto reciproco e la condivisione del territorio e delle sue risorse. Il Sionismo in quanto ideologia escludente ha fatto nascere uno Stato dalle forti connotazioni religiose ed etniche, mentre il consesso delle Nazioni non è mai riuscito a imporre una formula accettabile da tutti i contendenti.

Una via di uscita, non la sola (non è – appunto – una ricetta) è quella di rendere ad ogni soggetto in campo una dignità economica e politica adeguata a farlo accedere a una vera trattativa di pace. La questione dell’autosufficienza sul piano delle risorse, quelle idriche come quelle energetiche, è un fondamento di questa strategia. Per questa ragione il progetto NUR, sigla di New Urban Resources e che in arabo sta anche per “luce”, riveste un ruolo importante nello sforzo di “alimentare la pace”, come recitava l’invito all’incontro.

A questo fine generale si aggiunge quello dettato dallo specifico salesiano, che il Volontariato Internazionale per lo Sviluppo incarna nell’azione di Emanuela Chieng, anch’essa presente all’incontro, di mettere nelle mani e nell’intelligenza delle nuove generazioni uno strumento di autorealizzazione e di servizio alla collettività. Le scuole professionali presenti a Betlemme si specializzano secondo le potenzialità di quel territorio: dopo aver proceduto alla progettazione e al finanziamento del NUR, occorrono adesso installatori e manutentori che alla scuola di Don Bosco è “normale” formare sul piano tecnico e su quello valoriale. In un’altra cittadina, Cremisan, l’insegnamento invece è diretto all’attività agricola e, nello specifico, alla gestione della tradizionale cantina vinicola, di cui i presenti all’incontro hanno potuto assaggiare la produzione.

La sede dell’incontro del 18 aprile, e la sua cornice più ampia, è stata quella offerta dal Centro Federico Peirone dell’arcidiocesi di Torino. Come hanno ricordato don Augusto Negri, direttore del Centro, e Paolo Girola, direttore della rivista “il dialogo – al hiwar”, l’obiettivo generale e messaggio da trasmettere nel Medio Oriente è anche quello di tenere vivo il rapporto positivo fra le fedi nel Dio Unico. Nel nostro Paese si tratta di assicurare ai credenti in Allah il diritto alla professione della loro fede in libertà e in piena dignità, così come in Palestina come in altri Paesi a maggioranza islamica, di assicurare ai cristiani il diritto di risiedere serenamente nelle terre dei loro padri. “Il fenomeno che preoccupa” ha ricordato fra’ Ielpo “è che, a mano a mano che la guerra fa terra bruciata, gli arabi di fede cristiana sono fra i primi a lasciare le loro case, senza prospettiva di rientro".

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