Termina qui il mio diario di bordo dei viaggi missionari

Giampietro Pettenon in mezzo ai bambini della missione di Iauarete

Cari amici di Missioni Don Bosco,

la tappa conclusiva, e la più bella, del nostro viaggio in Brasile è l’opera salesiana di Iauarete, in Amazzonia, nell’area indigena dell’Alto Rio Negro proprio al confine con la Colombia.

In questa storica presenza salesiana ha operato per sette anni don Roberto Cappelletti, missionario salesiano partito dal Veneto per il Brasile una decina di anni fa.

Il suo desiderio era di poter realizzare una nuova e degna abitazione per i salesiani che sono presenti da oltre cento anni, e anche dar accoglienza ai bambini più piccoli che sono in situazione di difficoltà e vulnerabili. Ci è riuscito, don Roberto, a realizzare questo sogno e ad inaugurare la nuova casa proprio in occasione del compleanno di Don Bosco, il 15 e 16 agosto.

Tanti sono stati i benefattori che si sono impegnati per dare il proprio contributo, Missioni Don Bosco in primis e tanti altri amici e sostenitori della presenza salesiana a Iauarete. Costruire una casa solida e spaziosa dice molto più di tante parole, la volontà dei salesiani di stare con la gente di quelle immense foreste, dove le distanze sono inimmaginabili per noi italiani. A Iauarete si vive il contatto con la natura. Non c’è copertura telefonica, non c’è internet, né televisione. Non ci sono automobili. Sembra strano, ma è proprio così.

Siamo arrivati da Manaus con un piccolo aereo, appena atterrati abbiamo trovato un formidabile comitato di accoglienza: bambini, ragazzi, giovani, le mamme e i papà, l’intera comunità salesiana. Proprio tutti ai bordi della pista con le bandierine per festeggiare il nostro arrivo. Poiché eravamo ospiti d’onore è arrivato anche l’unico trattore del villaggio, avete letto bene: un trattore con il carro attaccato dietro, dove siamo saliti noi e le nostre valigie e in processione ci hanno portati al centro del villaggio dove c’è la grande chiesa dedicata all’Arcangelo Gabriele e l’oratorio salesiano.

In oratorio giocavano tutti, ma proprio tutti. Chi a calcio, chi a pallavolo. I piccoli in un “campo saponato” cioè un pezzo di nylon bagnato, nel quale invece del pallone si rincorre e si danno calci ad una saponetta. Un po’ alla volta i capitomboli diventano sempre più frequenti e solo stare in piedi è un’impresa. Il divertimento comunque è assicurato, per chi gioca e per chi assiste.

Poi l’inaugurazione ufficiale della casa, preceduta da danze e discorsi ufficiali da parte delle numerose etnie indigene. Le danze di accoglienza fatte soprattutto dagli uomini a cui poi si accompagnavano le donne nei costumi tradizionali. Sono stati due giorni di grande festa, semplice e genuina. Alla fine della festa la merenda per tutti: un sacchetto di carta con dei pop corn (fatti in casa) e un din-din (un ghiacciolo anche questo fatto in casa, con un spacchettino di plastica con un piccolo foro, riempito di succo di frutta e messo in congelatore: praticamente un ghiacciolo a km zero).

Mi resta nel cuore un profondo senso di gratitudine per questa occasione speciale.

Grazie a Dio per avermi dato la possibilità – come responsabile di Missioni Don Bosco – di conoscere tante persone e culture differenti dalla mia.

Grazie a Don Bosco per averci donato un carisma sempre attuale e capace di suscitare ammirazione a consenso in tanti, anche di religioni diverse.

Grazie a don Roberto Cappelletti e a tutti i missionari che danno la vita nei luoghi più difficili, sempre con il sorriso sulle labbra e uno sguardo di fiducia nel futuro.

Grazie ai benefattori che ho incontrato e a cui devo tantissimo per la testimonianza vera e concreta di vicinanza ai più poveri.

Grazie ai giovani che mi hanno sempre accolto con il sorriso e l’apertura tipiche delle nuove generazioni.

Grazie ai miei collaboratori, senza i quali avrei fatto ben poca cosa, anzi proprio niente.

Cari amici, termina qui il mio diario di bordo in cui ho tentato di scrivere alcune delle impressioni che a caldo mi suscitavano i viaggi missionari che ho fatto in questi anni. Termina ora perché con quest’ultimo viaggio ho concluso il mio mandato. Cedo il testimone a don Daniel Antúnez, che sicuramente saprà rispondere molto meglio e molto di più ai bisogni dei missionari, lui che viene dalla lontana Argentina, di quanto non abbia saputo fare io.

Dio vi benedica e ricompensi tutti. Con tanta riconoscenza.

Giampietro Pettenon

Leggi anche, La capitale sognata da Don Bosco – Diario di viaggio in Brasile

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