Una giornata all’oratorio di Porto Velho – Diario di viaggio in Brasile

Bambini che giocano nell'oratorio a Porto Velho in Brasile

Cari amici,

la terza tappa del nostro viaggio in Brasile è a Porto Velho (Porto Vecchio), al confine con la Bolivia.

Porto Velho è una media città brasiliana che conta circa cinquecentomila abitanti, fondata all’inizio del Novecento sulla riva del grande fiume Madeira come base per la raccolta del caucciù, l’oro bianco della rivoluzione industriale americana ed europea perché dal caucciù tramite il processo di vulcanizzazione si ottiene la gomma.

Il Rio Madeira nasce in Bolivia ed entra poi in Brasile da sud, andando ad ingrossare le acque del Rio delle Amazzoni poco distante da Manaus. È Manaus lo snodo logistico per lo sfruttamento delle enormi risorse naturali dell’Amazzonia. La confluenza di tre grandi fiumi navigabili: il Rio Negro da nord (nasce in Colombia), il Rio Solimoes da ovest (nasce in Perù) e appunto da sud il Rio Madeira permette a grandi navi di addentrarsi nel l’immensa conca amazzonica. Quando si incontrano delle rapide, allora anche le navi si devono fermare, e lì ci sono degli insediamenti umani, delle città più o meno grandi. Porto Velho è una di queste.

Con i raccoglitori di caucciù (siringueiros) in quelle terre, nella prima metà del Novecento vi arrivano anche i salesiani. Fondano un grande collegio e costruiscono la cattedrale; sono salesiani i primi vescovi della nascente diocesi. Arrivano anche le Figlie di Maria Ausiliatrice, le suore salesiane. Porto Velho diventa una base logistica per i salesiani per andare lungo il fiume e addentrarsi nella foresta incontaminata per incontrare le popolazioni indigene della zona.

La presenza salesiana è apprezzata e i collegi di entrambi i rami (maschile e femminile) dei Figli e delle Figlie di Don Bosco sono frequentati da migliaia di allievi. Numerose sono le parrocchie e soprattutto le cappelle delle comunità locali. La storia poi prosegue con alterne vicende che vedono andare in crisi l’economia del territorio e anche un po’ la presenza dei salesiani, che riducono la loro attività un tempo così capillare.

Resta oggi in città una bella parrocchia, con un grande santuario mariano intitolato alla Madonna di Fatima e l’oratorio festivo.

È qui, in oratorio, che ho vissuto una particolare giornata nel percorso di incontro e conoscenza con le opere salesiane in Brasile. Il portone dell’oratorio apre alle tre del pomeriggio. Fa un caldo bestiale. Sono vicino all’ingresso con il don che saluta ogni ragazzo e ragazza che entrano. C’è una animatrice che spruzza sulle mani il gel igienizzante, siamo in tempo di Covid anche qui, e ci sono i soliti protocolli di sicurezza.
Vedo arrivare i ragazzi a frotte, si materializzano un gruppo dopo l’altro come attirati da una potente calamita. Arrivano anche cinque o sei giovani sui sedici anni. Ampi tatuaggi, sguardo di sfida, andatura baldanzosa. Il don mi dice che vengono dal vicino quartiere dello spaccio di droga. Non hanno la mascherina. L’animatrice, un po’ timida non ha il coraggio di parlare. Il don dice solo una parola: “mascara” e indica un sacchetto pieno di mascherine nuove a disposizione di chi arriva e ne è sprovvisto. Il gruppo per un attimo si ferma e poi… uno ad uno prendono la mascherina che viene loro offerta gratuitamente, la indossano, ed entrano. Un bellissimo esempio di come la legge della strada davanti al portone dell’oratorio cede il passo alla legge del rispetto vicendevole e della uguaglianza, in cortile. Ho visto arrivare un branco di lupi e trasformarsi in mansueti agnelli entrando in casa salesiana. Per tutto il pomeriggio giocano a calcio, madidi di sudore, con un vigore ed una energia inesauribile. Non si sentono bestemmie, né parolacce, né si assiste a prepotenze. Sono giovani come gli altri che si divertono stando insieme a tirare calci ad un pallone. Bellissimo!

Il cortile è tutto un giocare, chiacchierare, salutarsi. Ci sono i piccoli con i campetti a loro dedicati e don Antonio, un salesiano buono e simpatico che gioca con loro. Le mamme sono indaffarate a preparare i panini per la merenda del pomeriggio. I negozianti del circondario, quando avanzano pane e altri alimenti li portano in oratorio per la merenda dei ragazzi. Alle cinque si ferma la musica, e si fermano anche i giochi. Tutti insieme (circa duecento persone) in cerchio per la preghiera e il pensiero della “buona notte salesiana”. Recitiamo un Padre nostro per rispetto dei molti ragazzi di fede protestante, che però nel Padre nostro si ritrovano e non è motivo di divisioni.

Quando diventa buio, siamo vicini all’Equatore e verso le sei di sera il sole velocemente tramonta (per risorgere poi il mattino successivo sempre verso le sei), l’oratorio chiude. Gli animatori si danno da fare per rimettere in ordine il cortile e i giochi. Mi commuove una mamma che esce accompagnando per mano il figlio, è grande, ma è affetto da una grave disabilità fisica e mentale. Cammina a fatica, ma cammina. Ha voluto anche lui venire in oratorio per stare con i suoi compagni. Non ha giocato, non ha parlato con nessuno. La mamma sempre accanto. Però ha respirato quel particolare clima di festa. Ha così rotto la monotonia delle lunghe giornate passate in casa davanti alla finestra a veder passar la gente per la strada. Anche lui in cortile, assieme agli altri: giovane fra i giovani.

Giampietro Pettenon

Leggi anche, Termina qui il mio diario di bordo dei viaggi missionari

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